L' Editoriale di
Tancredi Bianchi
Presidente onorario Pri.Banks

Crediti problematici delle banche

Dicembre 2017

Il tema della massa di crediti problematici delle banche, nella prassi qualificati come deteriorati, è sul tavolo ormai da qualche anno. Non si tratta solo delle così dette sofferenze e di partite incagliate, ma anche dei crediti per prestiti ristrutturati (val dire rinegoziati a condizioni di saggio di interesse più favorevole per i debitori e per scadenze maggiormente protratte, sovente sotto forma di mutui a lungo termine), dei crediti in ritardo rispetto al piano di rimborso, e così via. Rapporti quasi sempre assistiti da garanzie collaterali, prevalentemente rappresentate, in Italia, da immobili, che, in seguito alla crisi economica generale, sono di malagevole riduzione in moneta dato l’impoverimento degli scambi del mercato delle costruzioni, beni al presente non più considerati dai risparmiatori e dagli investitori come ‘valori rifugio’.

L’economia mondiale è tornata a crescere, ma con scarse prospettive di un parallelo incremento relativo dell’occupazione e dei prezzi, ossia senza inflazione. Su tale risultato incide la politica monetaria delle maggiori banche centrali mondiali, che ha ridotto fino all’annullamento i saggi di interesse e di rendimento, senza che l’ondata di liquidità immessa stimoli la crescita dei prezzi dei beni e dei servizi. Le ricette antiche di politica economica non hanno effetti come nel passato e gli aumenti dei debiti pubblici hanno ripercussioni più negative che positive. Molte imprese e individui, sovvenzionati dalle banche, perdono condizioni di equilibrio e di redditività nei propri affari: quindi, scema la capacità di rimborso dei prestiti ottenuti. Crescono, pertanto, i crediti problematici delle banche, che hanno concesso linee di prestito in un certo contesto ambientale e si ritrovano i clienti affidati operanti in altro intreccio di situazioni.

Non di meno, se i crediti bancari problematici sono, in buona parte, l’effetto di non aver saputo prevedere i profondi cambiamenti dell’ambiente economico – e però l’ampia diffusione del caso porta a previsioni errate per ‘cause di forza maggiore’ – non si può rinunciare ad eliminare l’anomalia. E’ quanto si propongono controllori e regolatori in sede europea, purtroppo costretti a comportamenti rozzi per proporre direttive di disciplina valide per molteplici situazioni analoghe, ma non uguali. Ossia direttive senza flessibilità e discrezionalità di applicazione.

Quali proporzioni possono consentire di avere attivi bancari problematici, ma non fatali per la banca coinvolta? Secondo l’opinione di commentatori, solitamente bene informati, pare di capire che la Vigilanza unica europea reputi possibile, in un arco di cinque anni (dall’inizio del 2018 a fine 2022), l’obiettivo che i crediti deteriorati, al netto di svalutazioni e di accantonamenti a pareggio dei rischi per perdite, non superino il 3% del totale dei prestiti erogati. In altro aspetto, si può dire che i crediti problematici lordi non eccedano il 10% dei prestiti erogati e che accantonamenti e svalutazioni, a fronte di tali partite, non siano inferiori al 70%. A questi punti, ogni banca può scegliere se gestire in proprio il recupero – nei tempi giudicati utili, necessari e convenienti – o cedere a operatori specializzati i crediti di difficile esazione.

Se l’obiettivo della Vigilanza europea è che, tra un lustro, le banche dell’eurozona abbiano un ammontare di crediti problematici, al lordo, non superiore al 10% dei prestiti erogati, è evidente che ogni punto in più della proporzione trascina la necessità di nuovi accantonamenti, i quali riducono pure il valore netto delle partite deteriorate di cui si tratta verso il valore del 3%.

Il risultato può pure essere ottenuto, nell’aspetto matematico, con un incremento proporzionale dei prestiti in bonis. Per esemplificare, siano 14 i crediti lordi problematici su 100 di prestiti erogati. Nei 5 anni successivi, questi ultimi, fermo il valore di 14, dovrebbero crescere almeno a 140. I prestiti aggiuntivi dovrebbero essere valutati al netto di possibili future perdite (addendum Nouy).

L’ammontare dei nuovi prestiti, nell’arco di un lustro, pare però risultato molto improbabile nella presente congiuntura dell’economia mondiale, stando ai valori dell’esempio. Invero, la crescita dei prestiti ha una cadenza di crescita non superiore a quella del PIL nell’area di riferimento.

In conclusione, saranno richiesti, alle banche, nuovi accantonamenti per rischi sui crediti problematici lordi, fino alla concorrenza di una proporzione non superiore, al netto, al 3% dei prestiti erogati. Se il risultato non fosse possibile con i modelli di business in atto, ogni singola banca, con l’anomalia di cui si tratta, dovrebbe provvedere aumentando il capitale proprio, difficile da mobilitare nelle condizioni di redditività sopra indicate. Non conviene lasciare aggravare la situazione: sono più agevoli tre o quattro aumenti di capitale, ognuno non ponderoso, che aumenti una tantum, che siano anche possibile origine di cambiamenti dell’assetto proprietario. Inoltre, il procedere con operazioni molteplici permette di valutare l’effetto vantaggioso di ridurre, via via, l’anomalia dei crediti problematici.

Il nostro Paese ha, purtroppo, circa un terzo (valore lordo) dei prestiti bancari deteriorati nell’eurozona. Le banche, a mio parere, possono mobilitare nuovi conferimenti di capitale non sottostimando l’anomalia dei crediti problematici, ma valutando, in programmi condivisi con gli azionisti, le prospettive di una migliore redditività, risolto il caso indesiderato e inopinato. Come dimostrano le poche banche in tale situazione.

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